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Le Fondazioni Bancarie di Parma fanno acqua da tutte le parti PDF Stampa E-mail
Mercoledì 05 Maggio 2010 01:00

Delle ottantotto Fondazioni Bancarie italiane, due sono parmensi, la Fondazione Cassa di Risparmio di Parma (Cariparma) e la Fondazione Banca Monte; quest’ultima controlla circa il 70 % della Banca del Monte di Parma, istituto che nel corrente anno, per la prima in 522 anni di storia, chiuderà in passivo, con una perdita di oltre 15 milioni di euro. Se la Fondazione Banca Monte è “in bolletta”, al punto di aver bloccato ogni erogazione a favore del territorio, la Fondazione Cariparma non gode di buona salute, avendo di fatto dimezzato il proprio patrimonio in pochi anni. Giova ricordare che il patrimonio delle Fondazioni Bancarie è patrimonio pubblico (dei cittadini), derivato dalla “privatizzazione” delle Banche pubbliche. Lo spirito originario della “privatizzazione” era quello di separare l’attività di impresa (la banca) dall’attività delle Fondazioni (finanziare le iniziative del territorio e fare interventi di sussidiarietà) chiamate a cedere la quota di controllo delle banche di riferimento (questo significava privatizzare). Alla base di questa riforma vi era la necessità di superare la “mala gestio” delle banche meridionali, finite in gravi difficoltà (la Cariplo fu costretta a dissanguarsi per salvare la Cassa di Salerno, quella di Puglia, quella delle Calabrie), mentre già si profilavano i disastri del Banco di Napoli e del Banco di Sicilia. 

In corso d’opera il meccanismo di “privatizzazione” venne interrotto, ed alle Fondazioni Bancarie fu concesso di tornare ad avere quote di maggioranza nel capitale delle banche; obbligo peraltro aggirato anche ai tempi del divieto con intrecci di partecipazioni e patti di sindacato, che consentivano comunque al mondo delle Fondazioni di mantenere di fatto il controllo delle banche. Da qui nasce l’attuale “duplice veste delle Fondazioni: quella pubblica (dell’intervento di assistenza e sussidiarietà a favore del territorio e delle amministrazioni locali), e quella molto più “privata”, che vede le Fondazioni operare come “burattinai” fuori controllo, dedite alla gestione delle banche che dovevano essere privatizzate. In conseguenza di questo secondo aspetto, il Patrimonio di molte Fondazioni Bancarie (che per legge e Statuto dovrebbe essere diversificato al fine di tutelarlo), è in realtà immobilizzato in partecipazioni azionarie bancarie, che garantiscono ai componenti delle Fondazioni posti nei consigli di amministrazione delle banche, e non certo la salvaguardia del patrimonio delle Fondazioni (che la legge e gli Statuti impongono…. ma che quasi nessuno pratica). Gli attuali amministratori delle Fondazioni si sono arrogati il ruolo di arbitri degli equilibri di potere all’interno del sistema bancario, fregandosene di fatto della loro missione originaria, che era quella di difendere e far fruttare il patrimonio pubblico affidato alla loro gestione, per fare elargizione a favore dei territori. Le due Fondazioni Bancarie parmigiane sono emblematiche di questa “cattiva” filosofia”, basti pensare che hanno il loro patrimonio investito esclusivamente in partecipazioni bancarie, quindi gioiscono e piangono in funzione dei risultati delle banche partecipate. La Fondazione Banca Monte si è “svenata” per acquistare il 70 % delle azioni di Banca Monte, cosa che le ha consentito di nominare i vertici della Banca, gli stessi che dopo 522 anni hanno portato l’Istituto in perdita (15 milioni di euro)…. bravi,… purtroppo ora la Fondazione non ha più un euro da destinare al territorio. Se Fondazione Banca Monte piange, Fondazione Cariparma non ride, infatti, il “patrimonio” pubblico affidato in gestione agli Amministratori (che non è quello riportato a destra nella tabella dello Stato Patrimoniale), è molto diminuito, mancano all’appello non meno di 500 milioni di Euro. Nel 1999 la partecipazione della Fondazione nella Banca Cassa di Risparmio di Parma viene “con cambiata” con una partecipazione di poco più del 4 % in Banca Intesa. Considerata la liquidità, il valore di mercato delle azioni di Banca Intesa, l’inesistenza di debiti, ecc… il Patrimonio effettivo della Fondazione a quel tempo ammontava a circa 3.000 miliardi di vecchie lire, 1,5 miliardi di Euro. E’ chiaro che mantenere un investimento pari a circa l’ 80% del proprio patrimonio in un unico titolo azionario è un azzardo; ma la Fondazione decide di ignorare l’obbligo di diversificare. Nel 2007 Banca Intesa cede la Banca Cassa di Risparmio di Parma alla multinazionale del credito francese Credit Agricole, e la Fondazione decide di partecipare all’operazione con una quota del 15 % al costo di circa 900 milioni di Euro . Nessuna spiegazione della scelta veniva data alla “collettività di riferimento” (ossia ai parmigiani), tantomeno veniva spiegato il valore attribuito alla Banca, né il motivo per cui una quota di minoranza è stata pagata come la quota di maggioranza, né spiegazioni di patti che regolano i rapporti tra i soci, essenziali in caso di uscita posto che si tratta di una quota del 15 % di un’azienda non quotata Dunque un nuovo investimento in una Banca, per circa 1/3 del Patrimonio della Fondazione; che però non viene affrontata liquidando interamente la partecipazione in Banca Intesa (come vorrebbe il criterio di diversificazione del rischio previsto nello Statuto della Fondazione), e come vorrebbe la logica visto che con la cessione di Cariparma da Intesa a Credit Agricole vengono meno le ragioni di una presenza della Fondazione in Intesa. Infatti, la Fondazione decide di agire utilizzando TUTTA la liquidità disponibile. Alla fine dell’operazione tutto il Patrimonio della Fondazione Cariparma è concentrato in due sole partecipazioni (azioni Banca Intesa, e partecipazione in una Banca non quota -Cassa di Risparmio di Parma-) Siamo alla vigilia del dramma perché a causa della crisi finanziaria, affrontata senza alcuna precauzione da parte della Fondazione Cariparma (che non ha diversificato), la Borsa ha di fatto falciato 850 milioni di Euro (circa 1.700 miliardi delle vecchie Lire ) dal Patrimonio della Fondazione, che oggi non ha liquidità ed è costretta a ridurre la lumicino gli interventi a favore del territorio. A chi ha giovato tutto questo, forse solo a chi in ragione delle azioni di Banca Intesa-San Paolo possedute dalla Fondazione Cariparma verrà designato da quest’ultima a sedere nel cda di Intesa-San Palo (con relativo emolumento), lasciando il conto da pagare ai parmigiani, che grazie ai “bravi” amministratori della Fondazione Cariparma hanno perso un patrimonio colossale, frutto del lavoro di intere generazioni. Chi si scandalizza del fatto che la Lega Nord dichiari di voler far pulizia di certe logiche bancarie, non difende certo i cittadini (tra cui le famiglie e i piccoli imprenditori strozzati da credito), ma consorterie autoreferenziate che non voglio essere chiamate a rendere conto dei loro misfatti.

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